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L’acqua e l’anima

L’acqua è la nostra prima culla.

Galleggiamo in un fluido materno

che ci avvolge e protegge.

Poi, durante la nostra vita,

l’acqua si fa presente

tutti i giorni

dandoci la linfa per vivere.

Il mare, il lago, il fiume,

il ruscello, la fonte

ci danno l’incanto.

L’acqua danza,

scivola,

rimbomba,

schiaffeggia la riva

e sazia di pace

la nostra anima.

9/1/2012

Quand’ero soldato Lucio Dalla

“Ascolta la mia ombra” di Marc Levy

Dato che il mio blog si intitola “I libri di Ale”, comnincio a scrivere una recente recensione su un libro che ho letto.

 

E’ uno dei libri più belli che abbia mai letto negli ultimi tempi.

Già il titolo è un “programma”: “Ascolta la mia ombra”. Com’è possibile ascoltare l’ombra di qualcuno?

Eppure c’ è un ragazzino, non molto dotato fisicamente, che ha la capacità di “appropriarsi” dell’anima altrui, conoscerne i segreti, ascoltarla e dare dei suggerimenti alla persona che la possiede.

Ne viene fuori un romanzo attraente, dolce, tenero, generoso, allegro e insospettabile.

Quante volte abbiamo guardato la nostra ombra davanti, magari cercando di calpestarla, soprattutto da bambini.

Un proverbio cinese dice che “un uomo cortese non cammina sull’ombra del vicino”.

Il ragazzino in questione ha un po’ di problemi. E’ stato abbandonato dal padre nell’infanzia e non l’ha più rivisto.

Ha molta sensibilità d’animo, propria di chi ha sofferto molto.

Il suo primo “beneficiato” è un custode di scuola che, con la sovrapposizione delle ombre, viene compreso dal ragazzino in maniera magica, quasi incredibile e, successivamente, il ragazzino riesce, a sorpresa, a salvarlo da un incendio.

E’ difficile credere ad una persona che ti dice di avere tali poteri sulla tua ombra. Anche la mamma del bambino stenta a crederci. Eppure è così……………

Volete sapere come va a finire?

Write a Post al mio blog e lo saprete!Ascolta la mia ombra

Dove andranno a finire i palloncini

Un dolce ricordo d’infanzia donatomi da Renato Rascel:

Dove andranno a finire i palloncini

quando sfuggono di mano ai bambini

dove andranno, dove andranno,

vanno a spasso nell’azzurrità.

E’ felice di salire il palloncino

perché sa che in fondo il cielo è il suo destino

piange il bambino col nasino in su

mentre già non  lo vede più.

E gli angioletti dal balcon fra nubi di coton

già fanno capolin

e di vedetta pronto c’è quell’angioletto che

raccatta i palloncin.

E nel cielo già si vendono i biglietti

del calcistico torneo degli angioletti

cherubini, serafini

giocheranno lassù

negli stadi del cielo blu.

Nel veder salire in cielo i palloncini

anche i grandi ridiventano bambini

e i pensieri più leggeri

vanno a spasso nell’azzurrità.

Anche i nostri desideri clandestini

sono in fondo solamente palloncini

che vorrebbero salir lassù poi però resteran quaggiù.

Ma sì lo so che questa mia è solo fantasia,

follia sentimental

ma se mi serve per trovar un sogno da sognar

che cosa c’è di mal?

Ora affido a questo palloncino la speranza di tornare un po’ bambino

gli domando dove e quando

vi potrò ritrovar

ed insieme con voi sognar.

Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi era una pittrice romana del ‘600, figlia di un noto pittore, Orazio, che le aveva insegnato l’arte della pittura, avendo notato l’amore della figlia per i quadri.

Col tempo, la figlia superò le capacità artistiche del padre.

Donna molto intelligente, si rese conto che per avere un proprio spazio per esprimersi con i pennelli, doveva andare a Firenze.

Qui conobbe Caravaggio e rimase “fulminata” dal suo stile.

Forse anche mossa da una rabbia che covava in lei da tempo, dovuta ad uno stupro subito a Roma, dipinse con estremo rancore “Giuditta e Oloferne”, a mio parere il suo quadro migliore. Infatti l’hanno scelto come locandina della mostra.

In esso si vede tutta la forza di Giuditta mentre uccide, aiutata da una serva, Oloferne: Lo uccide con uno spadone che gli trancia il collo e Artemisia è capace di far risaltare quello che più le piace: per esempio il vestito di Giuditta di un blu elettrico molto vistoso, oppure il lenzuolo del letto, dove avviene l’omicidio, con tutte le pieghe e il sangue di Oloferne che lo imbeve.

Non c’è solo questo quadro, ma tanti altri molto belli che danno la giusta dimensione ad una pittrice dimenticata per tanto tempo ingiustamente.

A mio parere due quadri sono molto rappresentativi dell’arte di questa “poderosa” donna: “La Madonna che allatta il Bambino” (Artemisia ha scelto la sua vicina di casa col bambino e devo ammettere che preferisco questo quadro così autentico, rispetto a quello classico con lo stesso titolo). L’altro è “Giuditta con la sua ancella”. Rappresenta il m omento successivo all’omicidio di Oloferne, ma l’attenzione dello spettatore viene richiamata non dal cesto con la testa del nemico, ma dalla posizione dello spadone sulla spalla di Giuditta che sembra buttato lì a caso, quasi non fosse successo un delitto.

Con l’andar del tempo, la pittura di Artemisia si ingentilisce e si adegua forse al mercato, perché lei fu anche la manager di sé stessa per poter sopravvivere della sua arte in un tempo in cui alle donne era vietata la pittura. Infatti, per lei, si inventò il termine di “pittoressa”.

 M.Alessandra 1/3/2012